Un giorno dovremo fare nuovamente i conti con il vuoto.
Immaginate di svegliarvi, dopo l’ennesima notte inquieta in preda alle preoccupazioni, e di non dover più lavorare. Mai più. Nessuno di voi – quantomeno la maggior parte. Siete dei cassieri? Fotografi? Avvocati? Broker? Videomaker? HR? Scrittori? Segretari? Magazzinieri? Potrei andare avanti a lungo… ebbene, una mattina, l’Intelligenza artificiale vi avrà sostituito. Tutti. Ma proprio tutti.
Cosa farcene del tempo?
Siamo la società dell’iperconnessione, del brain rot, del burn out, della stanchezza, dell’angoscia (per citare i titoli di alcuni libri del filosofo Byung-chul Han).
Un bel giorno potremmo scoprire che il mondo può fare benissimo a meno di noi. In realtà ha sempre potuto fare a meno di noi, ma almeno, prima, avevamo una parvenza di utilità.
Tanti finiranno sul divano come Homer Simpson, altri s’inventeranno nuovi lavori o si formeranno. Altri diventeranno dispensatori umani di abbracci o di grattini (ah, ci sono già), in un mondo sempre più freddo, ostile e tecnologico.
Siamo pronti?
Avremo tempo, molto più tempo, e questo tempo ci metterà a disagio, in soggezione. Saremo obbligati a fermarci, a porci domande che non avevamo mai avuto il coraggio di porci, un po’ come avvenne durante il lockdown, ma all’ennesima potenza. Non a caso, proprio dopo il Covid, in America e in Europa è nato quel fenomeno detto Grandi Dimissioni.
Fermarsi implica il sentire. È quello che avviene quando si medita: la gente si siede, porta l’attenzione al respiro, e si stupisce di non rilassarsi, di non sentirsi bene, di non levitare da terra. Come mai? Perché non succede quello che si vede nelle pubblicità o sui video sui social? Perché non sorrido beatamente volteggiando tra gli arcobaleni? Perché continuo a sentire? Anzi, sento di più.
Perché meditare vuol dire imparare a entrare in contatto con il vuoto.
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