Perché le religioni non parlano più di morte?

C’è un fenomeno che sto osservando da tempo: certe religioni sembrano aver smesso di parlare di morte.

Che si parli di buddhismo, induismo, yoga, meditazione, preghiera, cristianesimo, quello che salta all’occhio è che sembra non esserci più molto spazio per l’aldilà.

La chiesa parla di politica, il buddhismo di temi relativi al sociale o all’ambiente, lo yoga di fitness, eppure sono tutte pratiche che si basano su una concezione ben chiara dell’aldilà: la prima è legata alla Resurrezione, le seconde alla reincarnazione.

Anche per i sistemi religiosi sembra che sia diventato più importante parlare di riduzione dello stress e di come liberare la mente per vivere meglio qui e ora. Ma questo sarebbe più di competenza della Mindfulness e del Protocollo MBSR, il metodo ufficiale di riduzione dello stress basato sulla consapevolezza, che prende ispirazione proprio dalle pratiche orientali, pur lasciando volutamente da parte l’ingrediente spirituale. Perché? Per permettere a tutti di poter meditare e di goderne dei benefici pur rimanendo cattolici, ebrei, cristiani oppure atei. Non si tratta di una pratica materialista e asettica, come alcuni vorrebbero far credere, ma di un metodo che concede massima libertà

Ma se la mindfulness viene spesso criticata e bistrattata proprio per questo, perché anche certi monaci ormai sembrano insegnare solo degli esercizi per calmare la mente e gestire l’ansia e lo stress? Perché nei loro libri parlano raramente del trapasso? Pochi parlano di meditazione come preparazione alla morte.

Lo yoga è un mezzo per raggiungere il samādhi e ambire al ricongiungimento con l’Assoluto, per interrompere il ciclo delle reincarnazioni in maniera definitiva e raggiungere il mokṣa, la libertà incondizionata. Il buddhismo nasce come via per comprendere la verità ultima, che tutto è vacuità e impermanente. Una volta capito questo, è possibile liberarsi dalla sofferenza e raggiungere il nirvāṇa, l’estinzione, l’interruzione definitiva dal ciclo delle rinascite, causa di dolore, malattia e morte.

Anche la chiesa, ormai, sembra occuparsi più di temi sociali che della figura di Gesù sulla croce come immagine universale che è ancora qui tra noi per ricordarci che l’unica cosa che conta è intraprendere un cammino di amore incondizionato e poi di distacco, come scriveva anche il grande teologo Meister Eckhart, in attesa che il corpo risorga e viva di nuovo in eterno.

Da certi monaci e preti ho sentito dire che queste sono come delle grandi metafore che non hanno più molto senso, oggi.

Ma qual è il timore nel parlare di morte e di possibilità o meno di un aldilà? Anche ai ritiri non se ne sente parlare. Si percepisce quasi vergogna nel farlo. Oppure è solo paura di perdere allievi, contatti, followers e lettori perché la morte è diventata un tabù?

Le religioni orientali e occidentali dovrebbero tornare a occuparsi di morte e di altrove, dovrebbero tornare a dare risposte, perché è questo che manca alle persone. Per il resto c’è già la psicologia – che difendo da sempre a spada tratta –, che però si è persa un po’ l’anima per strada. Come si può guarire la mente senza pensare allo spirito, smettendo di porsi domande sul nostro essere nel mondo?

È necessario recuperare una visione escatologica, mistica e spirituale della vita anche in nome dei nostri giovani, che vivono solo in funzione della realizzazione personale, della carriera e del denaro, senza pensare all’amore, al senso della vita e della morte.

Forse il punto è che la maggior parte delle persone non vuole cambiare, non vuole chiedersi “perché”, non vuole più dubitare o domandare; è più semplice buttarsi in acqua e stare dove si tocca, dove si vede il fondo, anziché indagare l’ignoto.

Di questo passo non solo non saremo più in grado di cogliere il significato della vita, non solo non saremo più disposti a morire per una causa, ma non saremo proprio più disposti a morire. Ed è un vero peccato, perché è soprattutto da questo che ha origine il nostro male interiore.

D’altronde, come scrisse Pierre Chaunu, specialista della storia dell’America spagnola e della storia sociale e religiosa:

“Ci è capitata una curiosa avventura: avevamo dimenticato che si deve morire. È ciò che gli storici concluderanno dopo aver esaminato l’insieme delle fonti scritte della nostra epoca. Un’indagine sui circa centomila libri di saggistica usciti negli ultimi vent’anni mostrerà che solo duecento (una percentuale, dunque, dello 0,2 per cento) affrontavano il problema della morte. Libri di medicina compresi.

Anche voi avete questa percezione?

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