Quando la meditazione è un trauma

Prima di accedere al ritiro buddhista di meditazione vipassanā della tradizione theravāda, dovetti compilare un modulo in cui mi veniva chiesto se in passato avessi avuto tendenze suicide, se avessi assunto psicofarmaci, droghe, se avessi sofferto di depressione, se fossi in cura da uno psicologo, e tante altre domande.

Dopo aver compilato il modulo, lo consegnai agli insegnanti.

Il ritiro iniziò qualche ora dopo. Quasi dodici ore al giorno di meditazione seduta, intervallate dalla meditazione camminata, dal discorso dei maestri, dal pranzo, da un paio di pause, dalla cena. Il tutto rigidamente in silenzio per una settimana. Non era consentito nemmeno guardarsi negli occhi o salutarsi. Anche durante i pasti lo sguardo doveva rimanere basso. Vietata la lettura, la scrittura, l’ascolto della musica.

Fu un’esperienza strabiliante. Almeno i primi giorni.

Il quarto giorno iniziai a far fatica a dormire. Chiudevo gli occhi e vedevo lampi di luce. Mi sentivo molto agitata, come se avessi bevuto qualche caffè. Ma io non bevo caffè.

Il quinto giorno sentivo che sarei impazzita. Cominciai a percepire una fortissima agitazione anche durante il giorno, così uscivo a fumare fuori dal convento. Incontravo sempre un uomo solitario che stava partecipando al mio stesso ritiro e che sembrava appena uscito da un manicomio o da una RSA; aveva i calzini grigi, ciabattone, maglioncino aperto e magliettina corta che lasciava in bella vista l’ombelico e la sua pancia grassa. Era l’unico che quando mi vedeva accennava un sorriso e un saluto, per poi tornare ad assumere uno sguardo perso e dirigersi in sala di meditazione camminando pianissimo.

Proseguii senza mollare. Dovevo farcela, ormai era diventata una sfida contro me stessa. Ero già stata in alcuni ritiri, anche se più brevi, ed era andata bene.

Durante il pomeriggio del quinto giorno presi il mio iPod e ascoltai la musica ad alto volume. Mi misi a ballare da sola, nella mia stanza, con le cuffie alle orecchie. Ascoltai le canzoni che di solito sentivo da giovane. Non le ascoltavo da molto tempo. Erano i brani riservati ai momenti bui.

La quinta notte fu la peggiore. Mi tornarono le ossessioni. Soffro di una lieve forma di Disturbo Ossessivo-Compulsivo (DOC) fin dall’adolescenza. Non dispiego gesti ripetitivi ed estenuanti per mantenere il controllo, semplicemente il mio cervello se ne va in loop su dei pensieri totalmente irreali, ma che sono così insistenti e penetranti da infondermi un senso di puro terrore. Una paura che in passato si manifestava anche fisicamente: nella mia mente arrivava un pensiero o un’immagine, iniziavo a sentire un senso di calore e d’irrigidimento nelle mani, che poi saliva fino al cuore. Il cuore cominciava a battere all’impazzata, e a quel punto il mio cervello andava in panico.

Quella notte fui invasa da ricordi brutti relativi al passato. Sentivo le ossessioni arrivare, e con loro una forte tristezza, un’angoscia immensa, e questo mi fece ancora più paura, perché sapevo che le ossessioni erano sempre state i cani da guardia di quel buco nero che era la depressione. Mi sentivo come una bambina che era stata abbandonata da sola in lacrime in una stanza buia. Dopo qualche ora svenni nel sonno per la stanchezza.

La mattina dell’ultimo giorno mi svegliai e andai a meditare. Nel pomeriggio si aprì il momento di condivisione tra i partecipanti.

Finalmente.

Com’era andato questo ritiro? Come ci si era sentiti?

Molti raccontarono le loro esperienze mistiche, di pace e benessere. Addirittura alcuni dissero che non sarebbero più voluti tornare a casa, che pensavano già al prossimo ritiro, vivevano in funzione di quello.

A un certo punto sentii la necessità di dire la mia. Durante uno dei discorsi di dharma si era parlato del libro: Una camionata di merda: e altre storie di quotidiana felicità del monaco Ajahn Brahm, di cui in passato ho letto vari testi che ho apprezzato molto.

Dissi davanti a tutti che durante il ritiro ero stata investita anche da una vera e propria “camionata di merda”, giusto per citare quel fantastico titolo. Bastò dire “merda” per vedere alcune persone trasalire. Percepii gli sguardi e i giudizi di coloro che in teoria erano lì per comprendere l’equanimità e che non esiste nessun Sé.

Spiegai cosa mi fosse successo, ma non ricevetti risposte. Era chiaro che ero lontana da quell’illuminazione che avrebbe dovuto dissipare tutto.

Quando il momento di condivisione finì, mi si avvicinò un’anziana signora, quasi con il timore di farsi vedere. Mi prese la mano e mi disse: “Grazie, grazie davvero. Anch’io durante questi ritiri non mi sento solo bene, ma vengo vista come una matta che non ha ancora capito delle cose e ho paura a parlarne. Quindi grazie di nuovo per il tuo intervento”.

Avrei voluto abbracciarla. Mi venne da piangere.

Uscii a fumarmi una sigaretta e rividi l’uomo solitario. Ci guardammo, ci sorridemmo, e di punto in bianco mi disse: “La natura sta dappertutto ma il silenzio non sta da nessuna parte”.

Lui sì che era un vero illuminato.

Ma ora, finalmente, è uscito un libro pubblicato da Ubiliber, la casa editrice dell’Unione buddhista italiana, dove si parla degli effetti avversi della meditazione senza più considerarli un tabù: Le impronte del trauma. Trauma-sensitive mindfulness e meditazione, scritto dallo psicologo canadese David A. Treleaven.

Partiamo dal presupposto che tutti abbiamo un’idea sbagliata del trauma. Tutti, nessuno escluso. Pensiamo che sia traumatizzato soltanto un reduce di guerra, un terremotato, qualcuno che abbia subìto abusi, stupri, chi abbia visto morire i propri figli, compagni, genitori. In questo libro c’è una definizione che mette bene in chiaro che cosa s’intenda con la parola trauma:

“Col tempo, tuttavia, ho imparato che il trauma, più che il contenuto di un evento, riguarda l’impatto, prima immediato e poi prolungato, che l’evento ha sulla nostra fisiologia. Come ha scritto Pat Ogden, veterana tra gli specialisti in disturbi post-traumatici: «qualsiasi esperienza che sia abbastanza stressante da farci sentire impotenti, spaventati, sopraffatti, senza scampo e profondamente insicuri è da considerarsi molto probabilmente traumatizzante». Dalla violenza vissuta come spettatori o protagonisti, alla perdita di una persona cara, fino all’essere vittima di oppressione, si può fare esperienza del trauma in molti modi diversi. E, al contrario di quanto credevo un tempo, affrontare le diverse forme di trauma personale non sminuisce l’importanza di ferite più gravi che hanno ricevuto altre persone. Anzi, questo potrebbe addirittura essere il punto di partenza per una riflessione sulle condizioni sociali che troppo spesso perpetuano il trauma”.

Ma allora potremmo essere tutti più o meno traumatizzati. Sì, ed è bene non minimizzare. Per esempio, stare a stretto contatto con due genitori che litigano non è meno grave di ricevere delle botte. Perché uno schiaffo quando arriva, arriva; crescere tra le grida, invece, ti fa vivere in uno stato perenne di allerta e di terrore, perché non sai mai quanto durerà e quando avrà fine. Vivere tra i litigi può portare il cervello a sviluppare una sorta di stato di dissociazione. I bambini non sanno come gestire le emozioni difficili.

Il trauma non si esaurisce una volta che è passato. Le sue impronte rimangono a lungo e nel profondo. È necessario integrare ed elaborare il trauma per reimparare a fidarci dei nostri sensi. Il professore e ricercatore Van der Kolk, fondatore del Trauma Center di Brookline, Massachusetts, ha scritto:

“Le persone traumatizzate non si sentono al sicuro dentro di sé: il loro corpo è diventato una trappola esplosiva. Di conseguenza non va bene sentire ciò che si sente e sapere ciò che si sa, perché il corpo è diventato il contenitore del terrore e dell’orrore. Il nemico che ha iniziato l’opera all’esterno si è trasformato in un tormento interiore”.

A volte “non bisogna svegliare il can che dorme”, e cioè andare a stimolare e a mettere alla prova eccessivamente il nostro corpo e il nostro cervello, soprattutto se abbiamo subìto traumi. Ecco con che cosa ebbi a che fare quella notte al ritiro. Come scrive Treleaven, chi non vive l’esperienza della meditazione o del ritiro come qualcosa di positivo, spesso prova una profonda vergogna. Il meditante finisce per pensare di aver fallito, di essere sbagliato. È necessario l’opposto: imparare a riconoscere, ad accettare e a rispettare la propria finestra di tolleranza. Sempre Treleaven:

“Comprendere la finestra di tolleranza serve a garantire che le persone non superino la soglia di ciò che riescono effettivamente a gestire. Quando ci troviamo al suo interno è più probabile che ci sentiremo stabili, presenti e regolati. Viceversa, quando se ne superano i confini è più facile sentirsi ri-attivati, fuori controllo e disregolati”. 

I traumi rimangono come cicatrici, ma certe situazioni sono capaci di riaprire le ferite. È questo che si dovrebbe evitare. Come? Usando la consapevolezza per conoscerci e riconoscere cosa riaccende determinati stati emotivi, per poi imparare a proteggerci. Anche un profumo, l’odore degli incensi, non rispettare i confini fisici o dire certe parole possono risvegliare traumi.

Nello studio Adverse Childhood Experiences, una delle più grandi indagini sull’impatto dei traumi infantili nella salute fisica nel corso della vita, è emerso che un bambino su dieci si trovava in una casa in cui un genitore veniva trattato in modo violento e uno su quattro aveva subìto abusi fisici. Il problema è che seguendo questi bambini nel corso del tempo, lo studio ha anche rivelato che le esperienze traumatiche precoci si ripercuotono anche una volta diventati adulti:

“I bambini con più esperienze traumatiche presentavano una probabilità molto maggiore di soffrire di depressione cronica e di avere problemi di salute importanti, così come una probabilità da tre a cinque volte maggiore di tentare il suicidio”.

Tempo fa mi successe un’altra cosa. Andai a un ritiro di meditazione in un monastero zen. Scelgo sempre la stanza singola perché so che faccio fatica ad addormentarmi prima di mezzanotte. Sono una surrenale che preferisce andare a letto tardi. Si nasce e si muore gufi oppure allodole, non si cambia. Prima di dormire devo leggere un po’ perché mi rilassa molto; è provato da studi scientifici che leggere anche solo qualche pagina riduce i livelli di stress. In quel monastero, però, le stanze singole non hanno dei veri e propri muri a separare le stanze, per metà hanno del vetro opacizzato. Così, il primo giorno, una volta andati a letto alle 21, mi misi al collo la mia lucina da lettura per non dare fastidio a nessuno, ma di lì a poco una signora vicino alla mia stanza iniziò a lamentarsi e a insultare chi aveva ancora la luce accesa. Una coppia di ragazzi spense la luce dopo che la signora era andata a bussare e a lamentarsi alla loro porta. Io non la spensi.

La signora iniziò a inveire contro di me. Di rimando, dall’interno della mia stanza, le dissi che avevo scelto la singola appositamente per poter leggere e stare tranquilla e che la luce era davvero fioca. Nulla da fare. Non smise di lagnarsi e di accusarmi. A quel punto sentii crescere in me una forte agitazione. L’ansia prese il sopravvento. Per un po’ feci fatica a realizzare che non ero a casa con mia madre che mi sgridava perché non riusciva a prendere sonno per colpa del mio raffreddore, della tosse o perché tornavo a casa troppo tardi la sera.

Probabilmente anche la donna di fianco alla mia stanza aveva subìto i suoi bei traumi, proprio come mia madre, non potevo farci nulla. Spensi la luce e uscii a fumarmi una sigaretta guardando le stelle. Era il periodo in cui facevo la psicoterapia EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing), capii che ero nel pieno dell’elaborazione del mio passato e la mia finestra di tolleranza era davvero sottile. Rientrai, feci le valigie e me ne andai. Non avrei mai potuto sopportare altre quattro notti in quel modo. Non era colpa di nessuno.

Una volta in auto sentii il mio umore migliorare. Misi la musica ad alto volume e tornai a Milano cantando e sorridendo. Mi ero protetta. Mi ero fatta del bene, e senza temere giudizi. Il giorno dopo mandai una mail al monastero spiegando l’accaduto e mi risposero che erano dispiaciuti e che capivano cosa fosse successo.

Nei miei libri parlo sempre di controindicazioni delle pratiche meditative e dello yoga, sono una delle poche a farlo. Inserisco sempre un capitolo al riguardo in ogni mio testo. Lo faccio perché ho vissuto gli effetti collaterali della meditazione in prima persona, e non vorrei che capitasse anche ai miei allievi e ad altri meditanti.

La meditazione e la mindfulness (e così lo yoga) possono risvegliare traumi, causare ansia, disagio, agitazione, inquietudine, stati di dissociazione e non soltanto durante lunghi ritiri di meditazione. Quindi? Non dovremmo meditare? Dovremmo averne paura? No, ma le persone vanno informate, gli allievi vanno avvisati. Per esempio, prima di partecipare a un Protocollo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction) è bene chiedere se si è in cura da uno psicologo, se si stanno assumendo psicofarmaci e, soprattutto, non si devono far partecipare persone borderline, schizofreniche o che hanno appena subìto lutti. Tutti coloro che hanno problemi di dipendenza, alcolismo o che stanno attraversando una depressione grave, vanno accolti con attenzione: solo se sono seguiti da psicologi – i quali vanno avvisati – o se sono in fase remissiva.

Per insegnare meditazione o mindfulness non è necessario essere terapeuti ma nonostante questo certi psicologi vogliono far credere che queste pratiche appartengano a loro, quando invece bisognerebbe controllare che i terapeuti siano dei meditanti e che conoscano bene queste dinamiche.

Treleaven racconta di aver ricevuto e di continuare a ricevere tantissimi pazienti e meditanti che hanno riscontrato questo tipo di problemi. La Mindfulness può essere d’aiuto, ma bisogna essere istruttori certificati capaci di guidare gli allievi con questo tipo di problematiche, che vanno considerati a tutti gli effetti dei sopravvissuti. In molti casi è bene interrompere per un po’ la meditazione e consigliare un percorso di psicoterapia a parte, e dopo un po’ tornare a meditare.

Le pratiche improntate alla Mindfulness possono rafforzare la consapevolezza del corpo, aumentare l’attenzione e la capacità di regolare le emozioni, possono diminuire il volume della materia grigia nell’amigdala – con conseguente riduzione della reattività ai trigger legati ai traumi – possono contribuire a un ispessimento delle aree della corteccia prefrontale nel cervello, il che significa essere in grado di esercitare un maggior controllo esecutivo sull’impulsività delle azioni generate dal cervello emotivo.

“La Mindfulness, per fortuna, è in grado di affrontare tutto questo: rafforza la nostra capacità di restare presenti di fronte a ciò che sembra insopportabile”. 

Ma non possiamo dimenticare che in certi momenti la meditazione può anche peggiorare i sintomi dello stress traumatico, generando flashbacks, aumento dell’attivazione emozionale e dissociazione, disconnessione tra i pensieri, le emozioni e le sensazioni fisiche. E questo vale sia in contesti Mindfulness legati al Protocollo MBSR sia in contesti buddhisti. Bisogna essere pronti a gestire la situazione di disagio degli allievi, riconoscerla ed evitare la ritraumatizzazione. È necessario capire che le cose possono essere cambiate soltanto nel momento in cui si sceglie di affrontarle.

Più volte ho raccontato del mio primo incontro con lo yoga, ormai vent’anni fa. Ne ho scritto in vari articoli e nei miei libri. Ricordo benissimo quanto stetti male, quanta ansia e agitazione provai durante la pratica. E mi sentii sbagliata, perché tutte le persone intorno a me sembravano così tranquille. Stavo entrando in contatto con le mie emozioni e sensazioni in modo forzato e insopportabile. Ma io, in quel periodo, non volevo sentire niente. Sarei voluta sparire. Avrei voluto dimenticare. Eppure, oggi insegno yoga e meditazione, sono una formatrice e istruttrice mindfulness e del Protocollo MBSR. Non l’avrei mai creduto possibile. La pratica mi ha cambiato e ha dato un senso alla mia vita. Scrivo anche libri al riguardo. Ho fondato “L’Approdo”, una specie di “posta del cuore della meditazione” dove le persone possono scrivermi per parlare di tutti i problemi e degli effetti avversi che riscontrano durante la pratica. Non parlare anche delle controindicazioni rischia di far perdere una grande occasione alle persone che in realtà ne avrebbero più bisogno.

Questa è divulgazione. Questo è dharma. Questa è compassione. Questa è consapevolezza.

 

 

Articolo scritto per la rivista culturale Pangea.news

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